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Borsette fiorite come un giardino o in neoprene traspirante (Gherardini), pochette gioiello da mille e una notte (Rodo), bauletti geometrici che sembrano scaturiti da un teorema (Anna Bazzocchi), borse-cagnolino (Anna Roxxah), tracolle in pelle lavata come fosse jenas (Tramontano). Al Mipel, manifestazione internazionale della pelletteria e accessori che si è conclusa ieri a Fiera Milano Rho, con le borse hanno accontentato tutti. Tante le idee proposte per la primavera-estate del prossimo anno dai 420 espositori. Una sola la caratteristica che le accomuna: la dimensione, che torna ad essere «umana», dopo anni di borse molto, troppo grandi. Di proporzioni contenute, «ma comunque capaci di farsi notare», spiega Roberto Ricci, consulente per la ricerca tendenze di Aimpes, l’associazione pellettieri che ha organizzato la mostra. L’anno prossimo compreremo «in abbondanza borse indice di carattere, grinta e creatività – spiega – sia dal fascino vintage, sia con accessori metallici tipo borchie». Spazio poi a valigie, gioielli e accessori. Anche per le cinture vale la ricerca del lusso, oltre a dimensioni importanti. «Quanto ai materiali – dice ancora Ricci – segnalo il pitone luminoso, spolverato d’oro o verniciato».E questo Mipel, arrivato all’edizione numero 94 – per la prima volta collegato anche a Mifur, il salone della pellicceria – si è chiuso con un grande successo di pubblico: l’affluenza ha raggiunto quasi i 20mila visitatori, arrivando più o meno al numero delle presenze attese.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=292351

Uno scampolo di passato che non passa, una cartolina dagli Anni Settanta. L’altro ieri davanti a via Pareto, zona Cimitero Maggiore, si è riproposto un vecchio schema: la sinistra ultraradicale (no global, centri sociali, gruppuscoli di occupanti abusivi, rifondaroli sfusi) che cerca d’impedire l’inaugurazione di una sede «nera» e attacca le forze di polizia, fra petardi e sassaiole. In nome dell’«antifascismo militante» che secondo i sinistri dovrebbe legittimare ogni forma di squadrismo rosso. Il rifiuto della stragrande maggioranza dei cittadini per queste forme di archeologia è chiaro e netto, ma non impedisce che un’infima minoranza si eserciti in un accanimento poco terapeutico. Il dissenso va difeso, sia chiaro, ma la violenza non può essere tollerata: i «sabati del selvaggio» non debbono ripetersi.
Resta da chiedersi il perché di questa fiammata di ritorno, alla quale non sono estranei i ragazzi del Leoncavallo, che restano il nerbo della protesta dell’ultrasinistra. È evidente che una certa parte politica marginale ripercorre vecchi sentieri per rassicurarsi sulla sua esistenza, ma non è da escludere che proprio il Leonka abbia voluto dare una dimostrazione «muscolare» prima che le autorità decidano la sua sorte. Il 22 settembre scade il rinvio per l’ultima intimazione di sfratto dalla sede occupata in via Watteau. C’è chi pensa che il Leoncavallo possa essere «legalizzato», previa abiura alla logica e alla pratica della violenza.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=288939

Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore de l’Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza «multimediale». Sgombero subito il campo da un paio di equivoci.Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo ‘offelè, fa el to mestè’. Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l’umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell’Unità perché l’avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente.Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita De Gregorio, se non che è un’ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78349

Josef Koudelka tra le sue fotografie, quelle di Praga 1968. Adesso, trent’anni dopo, sono in mostra anche in Italia, a Milano, la storia d’allora alla prova del presente e della distanza. Di mezzo il «muro di Berlino», che è crollato, e il crollo sembra aver moltiplicato gli anni.Josef Koudelka di anni ne ha settanta, ne aveva diciotto all’epoca di Budapest, trentenne fotografò i carri armati del Patto di Varsavia e del socialismo reale nelle strade di Praga. Koudelka, la camicia verde militare, le maniche rimboccate, i capelli biondi un po’ lunghi un po’ sparsi, sembra molto più giovane, forse per l’allegria e per l’ironia o per le maniere disincantate con le quali parla del suo passato, ad esempio di quella notte d’agosto quando tre volte un’amica lo avvertì che qualcosa di eccezionale stava avvenendo a Praga, che stavano arrivando i russi, e tre volte si girò dall’altra parte e si rimise a dormire. Finalmente si decise a dar retta alla sua informatrice. scese in strada e cominciò a fotografare. Fotografò per giorni e giorni, consumò metri e metri di pellicola, nascose dove poteva il risultato del suo lavoro e alla fine si ritrovò con uno straordinario reportage, come mai si sarebbe sognato: la cronaca in diretta della rivolta di Praga, della passione di un popolo che aveva creduto in Dubcek e nella sua strada. Parla sorridendo, tra inglese francese spagnolo italiano.

Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78173

Due donne, una di 90 anni, sono state aggredite, ferite e rapinate in strada da due balordi subito arrestati. Violente aggressioni che hanno indotto il Comune ad accelerare i tempi per un’ordinanza in materia di sicurezza. Anche perché l’autore di uno degli assalti è un rom di 14 anni del campo nomadi di via Triboniano dove, secondo il patto di legalità, dovrebbero abitare solo incensurati. Mentre l’altro è un sudanese di 35 anni che dal ’99, anno del suo primo arresto, ha collezionato altri 36 fermi tra Lombardia, Lazio, Calabria e Sicilia. Per questo il vicesindaco Riccardo De Corato ha annunciato entro settembre un’ordinanza, in base ai nuovi poteri conferiti dal governo ai sindaci, per contrastare il degrado urbano. Nel mirino mendicanti (232 quelli già censiti), clandestini, prostitute e writers.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=284896